Quando il design conquista lo spazio: la tutela IP oltre il prodotto

27 Maggio 2026

Il design oggi non si limita più agli oggetti: costruisce spazi, identità ed esperienze.

Ed è proprio questa evoluzione — dal prodotto al concept — che sta ridefinendo anche i confini della tutela della proprietà intellettuale.

È un’evoluzione che interessa trasversalmente il settore moda, l’arredamento, il retail e l’hospitality, e che riflette un cambiamento più profondo nel modo in cui il mercato genera valore.

Il design non si esaurisce più nella forma del singolo bene industriale, ma si manifesta nella capacità di costruire ambienti coerenti, linguaggi visivi integrati ed esperienze immersive.

Lo spazio commerciale, la vetrina, il progetto contract, l’edificio brandizzato, l’hotel o la residenza diventano così estensioni naturali dell’identità progettuale e, progressivamente, veri e propri asset di proprietà intellettuale.

Questa trasformazione ha, inevitabilmente, modificato anche il modo in cui il diritto guarda al design. Per lungo tempo la tutela si è concentrata prevalentemente sull’oggetto industriale: una sedia, una lampada, un complemento d’arredo, identificati attraverso la loro forma e protetti mediante il design registrato o, in presenza dei relativi presupposti, attraverso il diritto d’autore. Oggi, tuttavia, il valore del design si manifesta sempre più nella capacità di organizzare lo spazio e coordinare elementi differenti — prodotti, superfici, materiali, illuminazione, percorsi, colori e architetture — all’interno di una progettazione unitaria.

Il design perde così la sua dimensione meramente “oggettuale” e assume una funzione sistemica. Non si protegge più soltanto il singolo elemento, ma la relazione tra gli elementi. Il focus si sposta dalla forma isolata al linguaggio progettuale complessivo.

Il fenomeno è particolarmente evidente nell’estensione del design dalla moda all’arredamento e, successivamente, alla progettazione di spazi commerciali e ambienti immersivi.

Le vetrine e i flagship store non svolgono più soltanto una funzione espositiva, ma diventano strumenti di costruzione dell’identità del marchio. Parallelamente, lo sviluppo di progetti contract e di edifici brandizzati ha progressivamente ampliato il ruolo del design fino a comprendere hotel, residenze e ambienti hospitality, nei quali il valore competitivo si concentra sempre meno nel singolo prodotto e sempre più nell’esperienza complessiva dello spazio.

È proprio in questo passaggio che emergono le principali complessità giuridiche. La tutela del concept non può infatti essere ricondotta a un unico strumento di proprietà intellettuale. Il sistema opera necessariamente su più livelli, attraverso una combinazione di design registrato, design non registrato, diritto d’autore, marchio e concorrenza sleale.

Il design registrato continua naturalmente a svolgere un ruolo centrale nella protezione delle forme dei singoli prodotti, garantendo rapidità di tutela e certezza del diritto. Tuttavia, quando il valore si trasferisce sull’identità complessiva dello spazio o sull’organizzazione coordinata degli elementi, entrano in gioco anche altre forme di protezione. Il diritto d’autore, in particolare, assume rilievo nella misura in cui l’insieme progettuale presenti carattere creativo e originalità. La giurisprudenza italiana ha progressivamente consolidato la possibilità di riconoscere tutela autoriale anche ai progetti di interior design e agli spazi commerciali, valorizzando la progettazione unitaria dell’ambiente piuttosto che i singoli elementi che lo compongono.

In questa direzione si colloca il noto contenzioso sviluppatosi dinanzi al Tribunale di Milano (R.G. 80674/2013, sentenza n. 11416/2015, Pres. Tavassi, Rel. Marangoni), successivamente confermato dalla Corte d’Appello di Milano (R.G. 3945/2015, sentenza n. 1543/2018 del 26 marzo 2018) e infine dalla Corte di Cassazione (RG 17223/2018, sentenza n. 8433/2020 del 6 febbraio 2020).

La Corte di Cassazione ha affermato un principio destinato ad assumere rilievo sistematico nella tutela del design degli spazi: “in tema di diritto d’autore, un progetto o un’opera di arredamento di interni, nel quale ricorra una progettazione unitaria, con l’adozione di uno schema in sé definito e visivamente apprezzabile, che riveli una chiara chiave stilistica, di componenti organizzate e coordinate per rendere l’ambiente funzionale ed armonico, ovvero l’impronta personale dell’autore, è proteggibile quale opera dell’architettura ai sensi dell’art. 2, n. 5 l.d.a.”.

Particolarmente significativo è il fatto che la Suprema Corte abbia escluso la necessità di un’inscindibile incorporazione degli elementi di arredo nell’immobile, chiarendo, inoltre, che la tutela può sussistere, anche, quando i singoli elementi utilizzati siano comuni o già presenti nel settore dell’interior design, purché la loro combinazione realizzi un risultato originale non imposto da esigenze tecnico-funzionali.

Già il Tribunale di Milano, nella sentenza del 2015, aveva valorizzato la nozione di concept come elaborazione progettuale autonoma e tutelabile, riconoscendo rilevanza alla combinazione coordinata degli elementi che caratterizzavano il punto vendita. La decisione descriveva, infatti, un progetto di interior caratterizzato da un contesto stilistico minimalista, da simmetrie nelle linee, da grandi grafiche retroilluminate, espositori inclinati, isole curvilinee, schermi integrati, specifiche combinazioni cromatiche e giochi di luce coordinati. Non il singolo elemento, dunque, ma l’organizzazione complessiva dello spazio veniva considerata espressione di una progettazione creativa unitaria.

L’importanza di questo orientamento emerge ancora più chiaramente nei contenziosi più recenti. Emblematico, sotto questo profilo, è anche il procedimento cautelare instaurato dinanzi al Tribunale di Roma nel caso WYCON c. MIA Cosmetics (RG n. 8011/2025-1, decreto n. cronol. 818/2025 del 19 marzo 2025 e ordinanza 9 aprile 2025), che conferma la crescente attenzione della giurisprudenza verso la tutela del concept retail e dell’identità visiva complessiva dello spazio commerciale.

Il punto centrale di queste decisioni è particolarmente rilevante perché segna un’evoluzione della tutela IP dal prodotto all’esperienza. La protezione non richiede necessariamente la copia identica di un elemento specifico, ma può estendersi alla somiglianza sostanziale dell’insieme quando questa sia idonea a determinare appropriazione del valore creativo o agganciamento competitivo.

A tale evoluzione giurisprudenziale si affianca il nuovo quadro normativo europeo introdotto dal Regolamento (UE) 2024/2822 del Parlamento europeo e del Consiglio del 23 ottobre 2024, che modifica il Regolamento (CE) n. 6/2002 sui disegni e modelli comunitari.

La riforma interviene sulla nozione di “prodotto” ai fini della protezione del design, aggiornandone l’ambito applicativo alla luce della crescente digitalizzazione dei processi creativi e delle modalità di fruizione estetica. In particolare, il nuovo assetto normativo ricomprende anche rappresentazioni non fisiche e consente la protezione di caratteristiche dinamiche del design, incluse le variazioni di movimento, le transizioni e le animazioni delle caratteristiche del prodotto, nonché configurazioni che incidono sulla percezione visiva dell’oggetto o dello spazio.

Tale evoluzione si inserisce nel più ampio processo di adattamento del diritto europeo alle forme contemporanee di progettazione, nelle quali il design si manifesta sempre più frequentemente attraverso esperienze immersive e configurazioni visive non statiche.

È una trasformazione coerente con l’evoluzione del mercato. Oggi, il consumatore non acquista semplicemente un bene, ma entra in relazione con ambienti progettati, identità spaziali e atmosfere coordinate. Nei flagship store, nei concept retail e nell’hospitality di lusso, architettura, interior design e branding convergono fino quasi a sovrapporsi.

Non sorprende, quindi, che i fenomeni imitativi si siano progressivamente spostati anch’essi dal prodotto allo spazio. Sempre più spesso il rischio competitivo non deriva dalla contraffazione del singolo bene, ma dalla riproduzione dell’atmosfera complessiva, del linguaggio progettuale o dell’identità visiva di un ambiente. Questo rende inevitabilmente più complessa anche l’attività di enforcement, perché il confine tra ispirazione lecita, tendenza estetica e appropriazione indebita diventa più sottile.

Parallelamente, la crescente digitalizzazione del design apre ulteriori scenari. Il concept, ormai, non vive soltanto nello spazio fisico, ma circola attraverso immagini, rendering, piattaforme digitali e ambienti virtuali. Lo spazio progettato diventa contenuto comunicativo prima ancora che esperienza fisica. Di conseguenza, anche la tutela IP è chiamata ad adattarsi a una realtà nella quale il valore del design si manifesta sempre più attraverso la sua rappresentazione e diffusione digitale.

La proprietà intellettuale del design si trova, quindi, in una fase di profonda evoluzione. L’oggetto della tutela non coincide più esclusivamente con il prodotto industriale tradizionalmente inteso, ma con sistemi estetici complessi nei quali prodotto, spazio, architettura e identità visiva si integrano in modo sempre più stretto.

In questo contesto, la vera sfida giuridica non consiste soltanto nel proteggere singoli elementi creativi, ma nel riuscire a governare e presidiare il valore complessivo generato dal concept.

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